Skip to content
RealCultura

RealCultura

Giornale culturale online e magazine

Primary Menu
  • Home
  • Attualità e cronaca
  • Letteratura
    • Recensioni
      • Narrativa
      • Poesia
      • Saggistica
  • Cinema
    • Film
    • Serie TV
    • Animazione
  • Spettacolo
  • Curiosità
  • About
  • Redazione
  • Cinema
  • Film

Una battaglia dopo l’altra: il film più pop di Paul Thomas Anderson

Matteo Gatti 13 Ottobre 2025 5 min read
una battaglia dopo l'altra
Share this…
  • Facebook
  • Messenger
  • Twitter
  • Gmail
  • Linkedin
  • Whatsapp

In un periodo storico così complesso come quello attuale, scosso da guerre sempre più vicine a noi e da tensioni sociali in rapido crescendo (sto scrivendo durante i giorni delle manifestazioni e degli scioperi per il blocco navale della Flotilla), Paul Thomas Anderson con “Una battaglia dopo l’altra” sforna un’opera cinematografica necessaria.

Necessaria perché ricorda allo spettatore il diritto, che si trasforma in dovere morale, di ribellarsi di fronte all’ingiustizia: il diritto-dovere di lottare nel tentativo di rendere il mondo un posto migliore per le generazioni future, di non smettere mai di provarci, anche se il più delle volte l’unico risultato è il fallimento.

Trama di Una battaglia dopo l’altra: fallimenti, ideali e rivoluzione

Ed è da qui che ha origine Una battaglia dopo l’altra – liberamente ispirato ad un romanzo di Thomas Pynchon (Vineland, 1990) e che mescola gli stilemi di diversi generi tradizionali – cioè dal fallimento delle vecchie generazioni, di coloro che si sono opposti al sistema con la violenza e che in cambio hanno ottenuto solamente una violenza ancor più efferata.

Il prologo di Una battaglia dopo l’altra si focalizza sulle azioni condotte dal fittizio gruppo estremista French 75, di cui fanno parte “Ghetto Pat”/”Rocketman” (Leonardo Di Caprio), responsabile degli esplosivi, e “Perfidia Beverly Hills” (Teyana Taylor, fortunata ad essersi accaparrata un nomignolo di guerra così togo, come l’avrebbe definito il buon Silvano Rogi di Camera Café), la cui suggestiva inquadratura iniziale già preannuncia una figura femminile dirompente nella sua indipendenza, una ribelle nella ribellione.

I protagonisti: Leonardo DiCaprio e Teyana Taylor tra azione e ribellione

Sono infatti rivoluzionari. E per loro la rivoluzione va fatta con le armi. Li vediamo liberare numerosi immigrati da un centro di detenzione, assaltare banche, irrompere in altre sedi istituzionali di un’America contemporanea che non viene mai definita del tutto (non sappiamo, per esempio, chi sia il presidente in carica).

Agli occhi del governo non sono altro che terroristi che minacciano la sicurezza e l’ordine pubblico. E lo stesso spettatore è portato a chiedersi fin dove sia legittima la lotta armata, se esista un confine da non oltrepassare per evitare il rischio di vanificare gli sforzi compiuti fino a quel momento. Questo interrogativo morale serve al regista per mettere in guardia dagli ideali fini a se stessi (i cosiddetti -ismi), i quali, anche nascendo da una pura nobiltà d’intenzioni, possono condurre ad una spirale di morte e distruzione.

Il film è estremamente politicizzato e il punto di vista di Anderson è netto (e non può essere altrimenti: in alcuni frangenti della storia non c’è alcuna sfumatura grigia, bisogna solo decidere da che parte schierarsi, come nel caso della Palestina), ma al contempo sono presenti diversi spunti narrativi che impediscono alla trama di scivolare verso una certa qual banalità retorica.

Il nemico: Sean Penn e il volto oscuro del potere

Lo stesso antagonista, l’inquietante e patetico tenente Steven J. Lockjaw marchiato da una frangetta che scampanella qualche mostro totalitario – interpretato da quel mostro di bravura di Sean Penn, meritevole dell’Oscar per la sua camminata già cult e la sottigliezza delle sue espressioni facciali – non si riduce alla tradizionale macchietta del militare razzista e misogino, è qualcosa che va oltre, è la rappresentazione di un lato ancor più cupo dell’America (e dell’essere umano).

In lui si annida l’ossessione del controllo, quella infinita brama di potere che già aveva tormentato un altro grande personaggio della cinematografia andersoniana, il petroliere Daniel Plainview de There Will Be Blood (un gigantesco Daniel Day-Lewis). Le motivazioni che muovono Lockjaw trascendono gli ideali politici e si traducono nel meschino nichilismo di un uomo fragile e frustrato il cui unico interesse è scalare a qualsiasi costo le gerarchie ed essere accettato nel circolo segreto dei “Pionieri del Natale” (Christmas Adventures Club), l’élite del suprematismo bianco che tiene in mano le redini dell’amministrazione e dell’esercito.

Il rifugio di Baktan Cross e la rinascita del protagonista

Il suo avversario è un Di Caprio che, dopo gli anni passati come rivoluzionario, si nasconde insieme alla figlia nella città-santuario di Baktan Cross, popolata da messicani (tra cui Benicio del Toro nei panni di un sensei soccorritore la cui pacata saggezza fa da contraltare alla frenesia incendiaria degli scontri armati) e suore che coltivano marijuana e insegnano a sparare.

Ghetto Pat è un uomo profondamente disilluso, segnato da un passato di fallimenti, ma la sua tragedia viene genialmente veicolata tramite una messa in scena in cui trova ampio spazio la risata genuina. Annebbiato da droghe e alcool e con indosso una vestaglia da casalinga di Voghera, DiCaprio, novello Drugo (innegabile l’influenza de Il grande Lebowski dei Cohen), corre grottescamente tra gallerie, tetti e dialoghi tarantiniani mentre è tutto indaffarato in una ricerca che non ha nulla a che fare con l’impegno rivoluzionario.

Il messaggio di Una battaglia dopo l’altra: l’affetto come forma di libertà

E’ proprio in questo che risiede la dignità del personaggio, che si scrolla di dosso la sua passiva rassegnazione per un ultimo gesto d’eroismo (utile o meno, non importa) motivato dall’affetto. È forse questa la cifra identitaria più preziosa dell’essere umano, ciò che ci lega davvero all’altro, per quanto elementare possa sembrare: l’affetto, il sentimento sincero di bene verso qualcuno.

Ed è questo che ci rende davvero liberi, una libertà che si fa partecipazione (tanto per scomodare Gaber) e che, di conseguenza, non può tacere davanti a un potere che schiaccia i più deboli. Partecipazione è condivisione, empatia, compassione.

Analisi politica e significato del titolo

Solo l’esperienza affettiva ci può rendere partecipi di qualcosa o di qualcuno, il culto d’odio propagandato dalle destre occidentali non potrà mai partecipare a nulla, solo generare altro odio, a cui si può rispondere con le armi o con l’amore o con manifestazioni pacifiche, in una sequela di battaglie una dopo l’altra, come recita il titolo del film. Per un finale in cui gli ideali rivoluzionari sono affidati come eredità alle generazioni future, nella speranza che possano farne un uso migliore e non sperperarli in una lotta sterile.

Regia e stile: Anderson tra satira, azione e ironia 

È la pellicola più pop firmata da Anderson (a cui hanno stanziato un budget di ben 150 milioni), che riesce a dar vita ad una storia in cui la violenza razziale si intreccia ad un umorismo leggero e quasi scanzonato, senza trascurare una sessualità a tratti sfacciata che si fa metafora della natura contraddittoria di certi personaggi (ardimentosa l’inquadratura dell’erezione non nuda del tenente Lockjaw…).

Non è un film impegnato di quelli noiosi, anzi. Si riflette, ci si indigna e si ride trascinati in un road movie dal ritmo sostenuto e brillantemente scandito dalle musiche di Jonny Greenwood. Senza fare troppi spoiler, la scena d’inseguimento sull’highway a saliscendi entra di diritto nella storia del cinema.

In sostanza, Una battaglia dopo l’altra è un film cazzuto, divertente e che prende per il culo i fascisti. Meglio di così, non si trova.

Continue Reading

Previous: Emmy Awards 2025: i risultati della 77a edizione

Contatti
- mail: realculturaofficial@gmail.com
- Instagram

Copyright © All rights reserved. | MoreNews by AF themes.