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Trump firma un nuovo divieto di viaggio: colpiti 12 paesi

Matteo Gatti 5 Giugno 2025 2 min read
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Lo ha fatto di nuovo. Donald Trump ha firmato un nuovo divieto di viaggio, e questa volta è ancora più ampio. Dodici paesi tagliati fuori dagli Stati Uniti con un tratto di penna. La notizia è arrivata come un pugno allo stomaco, soprattutto per chi – come migliaia di afghani – ha messo la propria vita a rischio per aiutare l’America, e adesso si trova bloccato in un limbo, tradito da chi prometteva libertà e protezione.

Un deja-vu che fa male

Chi ha buona memoria ricorderà il famigerato “Muslim ban” del 2017. Questa nuova lista lo supera per ambizione e durezza. Afghanistan, Iran, Libia, Somalia, Siria, Yemen… tutti i soliti nomi, ma con nuove ferite. Trump l’ha giustificato parlando di sicurezza nazionale, come sempre. Ma davvero ci sentiamo più sicuri a voltare le spalle a chi ci ha aiutati? A chi fugge dalla guerra e dalla miseria?

Visti negati, vite spezzate

La parte più difficile da accettare è che la mossa di Trump sul divieto di viaggio non riguarda solo nuovi arrivi. Colpisce anche chi aveva già ottenuto un visto, chi magari era pronto a partire, valigia fatta, speranza negli occhi. Come Amir, un ex interprete dell’esercito americano che adesso rischia la deportazione dal Pakistan. Mi ha detto: “Abbiamo creduto nella promessa americana. Ora ci lascia soli.”

E non è l’unico. Decine di migliaia di persone stanno vivendo la stessa angoscia. Famiglie divise, sogni congelati, destini appesi a un ordine esecutivo.

Una scelta che parla alla pancia, non al cuore

Trump sa bene come muoversi nel terreno elettorale. A meno di due anni dalle presidenziali, ogni firma, ogni annuncio, è un messaggio ai suoi elettori: “Io vi proteggo”. È una strategia che funziona, lo sappiamo. Ma a quale prezzo?

Abbiamo davvero bisogno di chiuderci ancora di più? Di guardare il mondo con sospetto, come se ogni straniero fosse una minaccia?

Chi paga davvero il prezzo

Non saranno solo gli afghani, i siriani, gli iraniani a soffrire. Anche noi, come Paese, pagheremo. In credibilità, in relazioni internazionali, in umanità. Università, ospedali, imprese che ogni giorno accolgono e lavorano con persone da tutto il mondo perderanno talenti, voci, mani preziose.

E mentre ci rinchiudiamo dietro muri legali e confini mentali, il resto del mondo va avanti. Con difficoltà, certo, ma con più coraggio.

Una scelta che dice molto su chi siamo diventati

Alla fine, non si tratta solo di politica. Si tratta di valori. Di chi vogliamo essere. E oggi, purtroppo, l’America sembra voler essere un paese più chiuso, più duro, meno empatico.

Ma forse – e lo spero con tutto il cuore – non è troppo tardi per cambiare rotta.

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