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Svizzera, crolla il ghiacciaio: travolto il comune di Blatten

Sara Stassi 29 Maggio 2025 2 min read
blatten
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Sembrava che la situazione fosse sotto controllo. I segnali c’erano, certo, ma i tecnici li stavano monitorando e gli abitanti erano già stati evacuati. Poi, il ghiacciaio è venuto giù.

È successo a Blatten, un piccolo villaggio alpino nel cuore del Canton Vallese, in Svizzera. Un luogo che contava poco più di 300 anime, incastonato nella Lötschental come una gemma tra i monti. Ora, di quel villaggio, rimane ben poco. Il ghiacciaio Birch è crollato, trascinando con sé una massa enorme di ghiaccio, fango e detriti. Una valanga lenta ma inarrestabile ha inghiottito il 90% dell’abitato, cancellando case, strade, silenzi e ricordi.

Ma come è potuto succedere?

Già da giorni gli esperti osservavano con attenzione il ghiacciaio. Si muoveva. Scricchiolava. Mostrava segnali che qualcosa non andava. Il 19 maggio, la decisione difficile ma giusta: evacuare tutto. Circa 300 persone sono state portate in salvo. Una mossa che, ora lo sappiamo, ha evitato una tragedia ancora più grande.

Eppure, il conto non è a zero: un uomo, 64 anni, risulta ancora disperso. Le squadre di soccorso, con droni ed elicotteri, continuano a cercarlo. Il tempo è nemico, ma la speranza non è ancora svanita.

E ora?

Ora resta un cratere di silenzio. Un lago improvvisato si sta formando dove prima scorreva il fiume Lonza, bloccato dalla frana. E con lui, nuove paure: che l’acqua possa tracimare, che un altro disastro si affacci all’orizzonte. L’esercito e la protezione civile sono al lavoro, instancabili, per mettere in sicurezza ciò che resta.

Questo evento, avvisano gli scienziati, non è solo un caso isolato. Il cambiamento climatico sta sciogliendo il permafrost, quel “collante” invisibile che tiene insieme le montagne. Quando si scioglie, tutto si fa fragile. E i ghiacciai, come il Birch, diventano bombe a orologeria.

Blatten non è solo un punto sulla mappa. È un segnale.

Un richiamo a non sottovalutare quello che accade in silenzio, lassù dove spesso non guardiamo. È anche un invito alla memoria, alla resilienza e alla responsabilità. Perché la montagna, quando si muove, ci ricorda quanto siamo piccoli — ma anche quanto possiamo essere forti, insieme.

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